Il rapporto ragione – fede: considerazioni teologiche.

faith-reason

“Il compito della ragione è di scandagliare gli abissi profondi della multiformità delle cose. Non dobbiamo aspettarci risposte semplici a domande di grande importanza. Per quanto lontano i nostri sguardi penetrino, ci sono sempre altezze, al di là delle quali la nostra visione non può giungere. (Il Processo e la Realtà – saggio di cosmologia, 1927; A. N. Whitehead)

In un’epoca come la nostra dove l’unico orizzonte possibile sembra essere diventato il nichilismo, ogni domanda di senso sembra aver perso il suo fascino e la sua consistenza. L’uomo post-moderno vive in una preoccupante e alquanto alienante rassegnazione dove non esiste più una verità assoluta, ma dove tutto è relativo. L’”uomo folle” di Nietzsche si domanda dove sia andato Dio? Ci dipinge come deicidi, assassini di tutti gli assassini e si domanda quale mai potrà essere, per questa nuova umanità, la direzione di vita. Si apre così un senso di vuoto, la continua impressione di precipitare in un nulla infinito dove vi è solo buio e freddo, e in questo tetro scenario le chiese altro non sono che i sepolcri di Dio.
È l’epoca dell’IO, del soggettivismo assoluto. Nessun valore supremo, nessuna costituzione assoluta. Giovanni Reale ci propone a questo proposito un decalogo di quelle che sono le 10 idee dominanti che trainano la nostra cultura contemporanea, dieci ideologie che propongono pensieri e riflessioni completamente basati sull’idea dell’”aut”-“aut”, che assolutizza qualcosa a discapito di qualcos’altro. Tra queste troviamo lo scientismo, l’ideologismo, il prassismo, l’individualismo, il materialismo, ma vi potremmo aggiungere anche l’ecologismo e il fideismo.
Max Weber parla di un nuovo panteon, ossia l’esistenza di troppi dei e troppe verità che non ne fanno di fatto nessuna.
È una situazione allarmante, che spaventa e che mette in moto tutti coloro che quel vuoto esistenziale lo hanno colmato e che davanti a quell’IO sovrano e colmo di orgoglio hanno lasciato che vi entrasse DIO.
Viene normale allora chiedersi, cosa ci abbia portato a questo nichilismo dilagante e se tutto questo non sia solo il frutto di un eccessivo diffondersi di forme di pensiero che esaltano la ragione a discapito della fede, come se le due realtà fossero in antitesi e non “le due ali con le quali lo spirito umano si innalza verso la contemplazione della verità” (Fides et Ratio, 1998; Giovanni Paolo II).
Io credo che in primo luogo dovremmo ridare alla ragione i giusti confini della sua speculazione. Credo sia importante riflettere sulla distinzione che Heidegger propone.
La ragione filosofica ossia la capacità che l’uomo ha di conoscere e di argomentare ciò che ha conosciuto, si può intendere come duplice: da una parte c’è il Pensiero Calcolante, la ratio che porta in se una conoscenza di ordine scientifico-tecnologico, empirico, sperimentale, legato al fenomeno; dall’altra c’è però il Pensiero Meditante, il logos, la conoscenza pura, che ci permette di conoscere ciò che è oltre il fenomeno, che ci spinge all’idea, che scaturisce dalla meraviglia e che punta a cogliere il senso della realtà. Quella parte della ragione che passa dal fenomeno al fondamento e che ci apre alla metafisica aristotelica e alla teologia.
Se ogni uomo si riappropriasse di questa duplice e completa capacità di pensare, ideologie come lo scientismo, il materialismo, il prassismo inizierebbero a vacillare. Emergerebbe di nuovo quella sana e dinamica inquietudine che ci permetterebbero di arrivare fino ai confini di quella Ragione Creata di cui ogni uomo è provvisto. Ed è lì che incontreremmo l’abisso, un “orrendo fossato” che esige un salto.
La conoscenza naturale, sul limitare di questo abisso, sperimenta i suoi limiti, ma non si ferma, perché gli viene in soccorso la conoscenza per fede. Se la Ragione Creata mi offre tutti gli strumenti per arrivare a considerare come vera e reale l’esistenza di Dio, essa non può però dirmi chi egli sia. Ecco allora venire in soccorso dell’uomo la Ragione Redenta. Qui avviene il salto! Qui lo spirito di ogni uomo conosce Dio. È l’incontro col Dio incarnato e la nascita di un uomo nuovo che abbandona quella filosofia dell’”aut”-“aut” per entrare nella logica dell’”et”-“et” dove fede e ragione trovano la loro complementarità, diverse ma indispensabili l’una all’altra, perché l’uomo realizzi pienamente la sua esistenza.
La ragione redenta porta l’uomo alla fede, e la fede lo invita incessantemente alla ragione in un inquieto movimento di pensiero. Non è l’oscillazione incerta tra due estremismi, il razionalismo e il fideismo, ma il connubio di due realtà indispensabili e imprescindibili.
Come possiamo pensare oggi di essere pronti a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi, se non permettiamo a fede e ragione di elevarci alla conoscenza ultima della Verità divina?
Whitehead afferma che “Per quanto lontano i nostri sguardi penetrino, ci sono sempre altezze, al di là delle quali la nostra visione non può giungere“. Ed è lì che Dio si rivela e si mostra all’uomo. Credo che ognuno di noi dovrebbe dotarsi di queste due ali per farsi portatore di Verità. Nessun orgoglio, presunzione, bigottismo o chiusura. Nessun sentimentalismo, che riduce la testimonianza di fede a semplice trasporto emotivo. Qui occorre riflettere, pensare, nutrire la mente, trovare argomentazioni e nello stesso tempo vivere pianamente quella Grazia senza la quale non saremmo affatto degni di questa diaconia alla verità.

Daniela Pesci

Annunci